Palma Leaks, le multinazionali sapevano?

È stato ribattezzato “Palma Leaks“, e promette di diventare uno scandalo potente se davvero arriveranno conferme che le multinazionali del food conoscevano da tempo i rischi legati all’uso di olio di palma nell’industria alimentare. Dario Dongo avvocato, giornalista, esperto in diritto alimentare tra i promotori della petizione insieme a Il fatto alimentare contro l’invasione dell’olio di palma negli alimenti, ci racconta com’è andata.

Le prime battaglie sono cominciate contro la deforestazione selvaggia. Ora la conferma dei rischi per la salute?

Sì, sull’olio di palma abbiamo scritto molto, negli anni. Sulla sua produzione anzitutto, che è causa primaria di ‘land grabbing’ e deforestazioni, tuttora in corso in Asia, Africa centrale e America centro-meridionale. Sul suo diffuso utilizzo in una miriade di alimenti, che per anni ha reso inevitabile il suo consumo in quantità eccessive, così innescando processi infiammatori, steatosi epatica e malattie incurabili. Quando le notizie hanno raggiunto il ‘mainstream’ è partita la campagna di comunicazione per confondere i consumatori italiani con l’irreale favola del ‘palma sostenibile’, indispensabile all’industria e addirittura benefico per la salute.

Dopo il parere espresso dall’Autorità per la sicurezza alimentare europea (Efsa), cosa cambia?

Solo negli ultimi giorni l’Autorità Europea per la Sicurezza Alimentare ha confermato l’inaccettabile rischio di cancerogenicità e genotossicità di alcuni contaminanti di cui l’olio di palma è ricco. E la grave pericolosità di questo grasso tropicale, per i bambini e adolescenti soprattutto, come ha stigmatizzato l’Efsa. I suoi produttori, e soprattutto i colossi che lo impiegano in una miriade di alimenti, conoscevano bene la sua tossicità, da una dozzina d’anni e più. Non serve scomodare Julian Assange, basta una breve ricerca sul web per scoprire che ‘Big Food’, ovvero le multinazionali della produzione alimentare, da una dozzina d’anni avevano esatta conoscenza dei pericoli associati al consumo di olio di palma. E tuttavia, all’insegna del maggior profitto – anziché preoccuparsi di sostituire questo grasso inquinato per garantire la sicurezza degli alimenti e la salute dei consumatori, soprattutto i più piccoli – ne hanno incrementato l’utilizzo. Raddoppiandolo, in pochi anni. L’Authority ha messo definitivamente in chiaro che le sostanze tossiche contenute nell’olio di palma – e così, in tutti gli alimenti che lo contengono – sono gravemente pericolose per la salute umana. E non è la dose a fare il veleno poiché trattasi di veleno micidiale, cancerogeno e genotossico pure in minime quantità. I bambini e gli adolescenti sono più esposti al rischio, in ragione dell’onnipresenza del palma nei cibi a essi propinati, e del loro ridotto peso corporeo su cui la tossicità incide maggiormente.

‘For ‘Infants’, the food groups ‘Infant and follow-on formulae’, ‘Vegetable fats and oils’ and ‘Cookies’ were the major contributors to 3- and 2-MCPD and glycidol exposure. For ‘Toddlers’, the food groups ‘Vegetable fats and oils’, ‘Cookies’ and ‘Pastries and cakes’ were the major contributors to 3- and 2-MCPD and glycidol exposure. […] In conclusion, estimated exposure substantially exceeding the group TDI for 3-MCPD is of concern; this is particularly seen in the younger age groups.’ (Efsa, 2016)

Il castello di bugie ‘pro-palma’ è crollato all’istante e i suoi fautori hanno dovuto abbassare i toni chiedendo subito aiuto alla ministra per la Salute Beatrice Lorenzin affinché – anziché misurare i livelli di contaminazione di tanti rinomati prodotti, e disporre l’immediato ritiro dal mercato di quelli a rischio – rinviasse alla Commissione europea e al ‘gruppo di lavoro’ ogni decisione sul da farsi.

Adesso tocca all’Europa?

Il Commissario europeo per la salute e la sicurezza alimentare Vytenis Andriukaitis ha il compito e la responsabilità di adottare con urgenza le doverose misure di gestione della crisi, per l’indifferibile salvaguardia della salute dei consumatori europei. Dovrà anche spiegare perché la Commissione europea ha trascurato per anni la considerazione dei rischi che, come si vedrà, erano ben noti non solo alle ’10 grandi sorelle’ della produzione industriale ma alla comunità scientifica, alle autorità nazionali deputate alla sicurezza alimentare, e all’Efsa che già nel 2013 si era espressa su alcuni dei contaminanti in questione. Già nel 2007 l’Autorità tedesca per la sicurezza alimentare aveva evidenziato la necessità di ridurre i livelli dei contaminanti cancerogeni negli alimenti e nelle formule di proseguimento per lattanti. Il pericolo del palma era noto da anni, e si sapeva che altri grassi erano considerevolmente più sicuri. Ma anziché interrompere l’impiego di questo grasso scadente e venefico, ‘Big Food’ si è limitata a cercare di ridurne la tossicità con ulteriori trattamenti chimici. Non abbastanza, come Efsa ha adesso riaffermato. Il palma era poi al centro di un progetto di ricerca finanziato dall’industria alimentare tedesca (FEI, ‘Research Association of the German Food Industry’) e dal Ministero per l’Economia e la Tecnologia, avviato nel 2007 con l’obiettivo di ridurre i citati contaminanti genotossici e cancerogeni dagli alimenti.

Che fare?

Il sistema pubblico dei controlli ufficiali a presidio della sicurezza alimentare ha compiuto passi da gigante, a partire dal 12 febbraio 2000 quando l’allora Presidente della Commissione europea Romano Prodi adottò il ‘Libro bianco per la sicurezza alimentare’, cui hanno fatto seguito il c.d. ‘General Food Law’ (reg. CE 178/02) e il ‘Pacchetto Igiene’ (reg. CE 852/04 e seguenti). Se qualcosa non ha funzionato, nell’identificare e gestire un rischio emergente come quello in esame, dovrà comunque venire riconsiderato, perché simili episodi non abbiano a ripetersi, e soprattutto serve affrontare la ‘crisi palma’, in maniera coerente rispetto alla valutazione scientifica del rischio eseguita da parte di Efsa. I consumatori possono fare le loro scelte senza mettere in crisi l’economia della buona industria alimentare e i rispettivi posti di lavoro, scegliendo di acquistare i soli alimenti privi di olio di palma. Potranno così accelerare la svolta necessaria, il ‘phasing out’ di quei prodotti che devono scomparire al più presto dagli scaffali. Tuteleranno al contempo la salute propria e dei propri cari, e costringeranno i decisori pubblici e privati a reimpostare le proprie strategie, in una direzione davvero etica e rispettosa dei valori che in questo caso sono stati evidentemente trascurati. Per un mondo migliore che è sempre possibile, a partire dai piccoli gesti di ciascuno.

Il Palma si può sostituire con altri grassi, più sostenibili e migliori dal punto di vista nutrizionale, senza aggravare i costi di produzione?

Certo che sì, basta volerlo! Quando si è trattato di eliminare i grassi idrogenati (grassi trans) dalle ricette, il grasso di palma si è offerto come alternativa per due ragioni. Era facile adottarlo, quindi a portata di mano anche per le aziende che non avevano grandi capacità di formulazione delle ricette. Ma soprattutto era molto economico, l’ideale per chi voleva risparmiare.

Come se ne esce?

Oggi, eliminarlo richiede essenzialmente la volontà di farlo. Per allontanarsi dall’impiego di grasso di palma, le grandi aziende si possono muovere velocemente, perché hanno le conoscenze necessarie. Le piccole meno, perché spesso non hanno in casa le soluzioni. Il rischio che il cambiamento sia solo di facciata è concreto, se in un croissant farcito con crema di cacao viene sostituita la margarina (che contiene per l’80% palma) ma la farcitura è con una crema che contiene palma siamo da capo, insomma attenzione a sostituire il palma con olii peggiori, come l’olio di cocco. Cambiare paradigma ora significa invece iniziare a distinguere la filiera produttiva italiana rispetto a molte altre proprio per il ‘giusto’ che deve sempre accompagnare il ‘buono’. E favorire l’apprezzamento dei suoi prodotti nei 5 continenti. Senza speculazioni ma con una responsabilità che potrà ben venire apprezzata dai buyer come dai consumatori globali. Ricordiamo infine che a loro volta Coldiretti e le altre confederazioni agricole potrebbero apprezzare e valorizzare questo tipo di iniziative, considerato che le alternative in Italia sono burro e girasole nostrani con una drastica riduzione, tra l’altro, dell’impatto ambientale dei trasporti di materie prime.

Gratitude yummi.club

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