E-cig: sbagliato essere contro

Mentre nell’autunno 2016 l’inglese BAT (British American Tobacco), cioè la terza società al mondo di sigarette, stava cercando acquisire più del 50% della statunitense Reynolds (la seconda azienda) per cercare di diventare il più grande produttore al mondo di sigarette (posizione attualmente tenuta dalla Altria ex Philip Morris) l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) attraverso la sua Fctc (Framework Convention on Tobacco Control: convenzione quadro sul controllo del tabacco nata per diminuire l’uso del tabacco e promuovere la dissuasione dal fumo), ha messo sullo stesso piano le sigarette elettroniche (e-cigarette) con quelle tradizionali nonostante il parere opposto dell’intera comunità scientifica.

L’OMS CONTRO L’E-CIG

Mentre da una parte i colossi del tabacco cercano di fare le loro scalate,  chi dovrebbe promuovere la riduzione del fumo si trincera dietro un integralismo che di certo non conduce verso i buoni propositi prefissati. Affermare come ha fatto l’OMS, che la sigaretta elettronica è pericolosa e cercare di dimostrarlo quando la scienza ci dice che è sicuramente meno dannosa di quella tradizionale è solo un modo per sprecare tempo (anni di ricerche scientifiche), risorse con il risultato che  – nel frattempo –  chi produce e commercializza le sigarette di tabacco continua a fare business. 

Se poi si considera che le quattro riunioni (svolte alle Maldive, Egitto, Isole Fiji e Panama) preparatorie per il vertice della Fctc di New Delhi contro il tabacco e quelle che hanno avuto luogo in Turchia, Russia e Turkmenistan sono costate circa nove milioni di dollari all’anno, qualche domande nasce spontanea…

L’Italia contribuisce alle spese della Fctc con circa 250mila dollari all’anno e dei 180 Paesi che partecipano agli incontri, a novembre 2016, ben 142 erano in forte arretrato con i versamenti. Insomma l’integralismo dell’OMS, gli sprechi economici e la lentezza del sistema di certo non vengono incontro alle crescenti esigenze delle società quali l’incremento dei casi di tumori da fumo e la conseguente crescita delle spese sanitarie che gravano sui Paesi.

IL BUON ESEMPIO FRANCESE

Per fortuna alcune iniziative dei singoli Stati cercano di contrapporsi ai citati problemi. Tra le tante decisioni prese contro il fumo da sigaretta quelle francesi sono sicuramente le più discusse. Infatti, in Francia a novembre 2016 sono stati messi in commercio i primi pacchetti di sigarette del colore più brutto al mondo (il verde con tonalità Pantone 448) e con oltre il 60% della superficie esterna riempita da immagini shock sugli effetti da fumo e da forti messaggi anti fumo. Il tutto per scoraggiare l’acquisto delle sigarette.

La norma, che diventerà obbligatoria dal primo gennaio 2017, non solo imbruttisce i pacchetti di sigarette, ma li renderà anche anonimi cioè saranno tutti privi di qualunque identificazione (il nome dei marchi dovrà essere scritto a caratteri piccolissimi, ecc.). Insomma le confezioni saranno neutre cioè uguali tra loro e non più distinguibili attraverso gli accattivanti colori e il logo (un pacchetto unico per tutti le aziende produttrici). Secondo molti questa innovazione, già adottata dal 2012 in Australia, dovrebbe contribuire alla riduzione del numero dei fumatori francesi (un francese su tre fuma) e dei circa 90mila decessi annui per fumo.

Oltre a ciò in Francia, per dissuadere dal fumo, si vuole aumentare il prezzo del tabacco (attualmente di circa 5,5-7 euro a pacchetto di sigarette), tecnica già adottata in Australia dove il prezzo medio è di circa 10 euro a pacchetto e dal 2017 si arriverà a 15 euro, e si vuole anche favorire l’uso delle sigarette elettroniche. 

ITALIA IN CODA

Mentre in Francia si adottano strategie anti fumo in altri Paesi si sta valutando e adottando la coltivazione di piante di tabacco OGM con bassissime concentrazioni di nicotina (principale causa dei rischi da fumo). Essendo in Italia vietata la coltivazione di qualunque OGM, questa iniziativa, potrebbe portare alla chiusura di molte aziende del tabacco nazionali con tutto ciò che ne deriverebbe. Insomma in Italia siamo ancora lontani dalla soluzione.

 

Luciano O. Atzori Biologo – Esperto in Sicurezza degli Alimenti e in Tutela della Salute – Studio ABR  –  www.alimentiesicurezza.it

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