Social eating e Home restaurant: quali regole?

Invita un po’ di gente a cena a casa tua, ma invece di offrirgli il pasto gratis, come faresti con un amico, stabilisci un prezzo fisso al menù che hai deciso di preparare. Ovviamente gli ospiti non sono amici o parenti in senso stretto. Magari sconosciuti del palazzo accanto. Oppure reclutati attraverso una delle piattaforme di sharing economy dedicate al cibo. Sei tu che organizzi, come ti devi regolare? Stai facendo il ristoratore e quindi devi dotarti di autorizzazioni?

La risposta non è scontata, anche perché non esiste una normativa ma, almeno per ora, solo indicazioni espresse dal Mise il Ministero dello sviluppo economico che sostanzialmente distingue fra Social Eating e Home Restaurant.

L’Home restaurant rientra nel novero di un’attività professionale, che si caratterizza per la preparazione di pranzi e cene presso il proprio domicilio in giorni dedicati e per poche persone, trattate come ospiti personali, però paganti. Di conseguenza, il “ristoratore” è tenuto a presentare la Scia (Segnalazione certificata di inizio di attività) al Comune di residenza e ad avere tutte le autorizzazioni del caso (che non sono poche: comunicazione alla Questura in caso di circoli privati; requisiti di sorvegliabilità; comunicazione ASL; piano HACCP e formazione igienico-sanitaria degli operatori; tracciabilità e rintracciabilità degli alimenti; divieto di fumo; requisiti fiscali e del lavoro, urbanistici e tecnici) in pratica quasi come avere un ristorante.

Invece il Social Eating ha carattere saltuario e non è un’attività che si può considerare  imprenditoriale. La stessa distinzione l’ha fatta Gnammo startup torinese che ha realizzando un codice etico pubblicato sul sito e aperto ai suggerimenti degli utenti.

«L’evento – si legge nel codice etico – è composto da un menù, un giorno, un numero minimo e massimo di ospiti ed un eventuale valore indicati dal cuoco. Gli eventi non sono aperti al pubblico: il cuoco sceglie chi accettare come ospiti tra quanti hanno richiesto di partecipare utilizzando la piattaforma messa a disposizione da Gnammo».

L’home restaurant è invece «un ristorante in una casa di civile abitazione nella quale si organizzano eventi abitualmente, con strumenti professionali o con organizzazione imprenditoriali».

Questa distinzione “volontaria” però non convince la Fipe (Federazione italiana pubblici esercizi) che commenta: «Se il social eating è a pagamento, allora è un attività commerciale». Che serva una normativa è evidente, o almeno uno «sharing economy act» per regolarizzare e chiarire tutte le attività che hanno a che fare con la sharing economy. Lo ha proposto l’associazione di consumatori Altroconsumo a Governo e Parlamento, e ha redatto il Manifesto per una sharing economy sostenibile.

Ma ci sono anche altri aspetti da considerare e cioè la responsabilità sotto il profilo sanitario, per esempio, di chi vende il pasto a casa propria. È la stessa di un amico che cucina gratis? E poi il fisco: pago le tasse sull’incasso della mia serata? Anche qui Gnammo nel pubblicare le regole per accedere alla piattaforma spiega cosa prevede la normativa fiscale. Certo, se i commensali sono onesti.

Gratitude yummi.club

Tags:

Invia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *